ARTE ILLUSTRE: quando l’urban art incontra Via Sacchi

street artist via sacchi
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Scoprire Torino e i suoi luoghi “dimenticati”

In tempi recenti l’urban art ha iniziato a contaminare Via Sacchi, trasformandola da luogo dimenticato a spazio creativo, a galleria d’arte a cielo aperto. Conosciamone quindi gli artisti, conosciamo ILLUSTRE FECCIA.

Nella via è comparsa la tua ultima collaborazione con Akanewton (QUI l’intervista) : la rivisitazione di un famoso prodotto di consumo all’interno di un cartellone pubblicitario. L’opera è stata purtroppo ricoperta dopo pochi giorni, ma è stato comunque un inaspettato piacere rimanerne disgustati e divertiti allo stesso tempo. Ce ne vuoi parlare?

Premesso che sono cresciuto assuefatto dalle merendine e gli ovetti di cioccolata, l’opera Kinder Fette a Blatte è una nostra vendetta contro la multinazionale Kinder & Ferrero.

Una multinazionale italiana che attraverso la pubblicità, soprattutto quella televisiva, ha plasmato le nostre infanzie, facendo propaganda ad una realtà artificiale, uno stile di vita consumistico e conformistico che promuove un modello di famiglia di tipo etero-tradizionale.

Essere un bambino felice e biondo

L’era consumistica attuale è legata alla cosiddetta ”società dell’immagine”, che ha favorito la progressiva mercificazione di ogni aspetto sociale della vita e nella propaganda del consumo si anela ad una ricerca di felicità che può essere raggiunta  solo attraverso il consumo e l’acquisto compulsivo di merci. Nelle pubblicità televisive della Kinder, la madre e il padre rimpinzano il figlio, felice e biondo, con le merendine: il primo ammaestramento quindi è che devi sposarti e riprodurti, mentre il secondo è che devi consumare. Questi sono i messaggi, sia diretti che subliminali, che la pubblicità ci trasmette.

Per il capitale la famiglia tradizionale è un soggetto economico importante da conservare e Kafka, uno dei più grandi letterati del XX secolo e figura legata all’esistenzialismo, al modernismo e alla cultura libertaria, nel libro ”La metamorfosi”, svela il lato oscuro della famiglia tradizionale e ne sottolinea gli aspetti oppressivi e alienanti: la blatta, che è il principale elemento disturbante nel nostro disegno e presente in molti altri miei lavori, gioca sia come una sovversione del brand – LATTE /BLATTE – ma anche come un riferimento all’opera di Kafka e alla sua trasformazione con la storia surreale di Gregor Samsa, che un giorno si svegliò tramutato in un insetto [Cit. La Metamorfosi].

La reinterpretazione dei simboli della cultura di massa ha prodotto nella via altre due opere: un’ammiccante Gioconda e il marchio ENI in una nuova veste. Perché nascono questi due progetti e qual è il loro messaggio?

La Gioconda o ‘Morte alla bellezza’ è un lavoro nato su commissione che vuole alterare una tela originale in una sua versione distopica e cyberpunk.

La tematica principale di questo lavoro è la gentrificazione, cioè la trasformazione di un quartiere popolare in una zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni.

Palazzinari, hipster e la Gioconda

La gentrificazione si appropria dell’arte e della cultura dei quartieri proletari per un interesse economico alquanto sporco, sgomberando e sostituendo la comunità originaria con una classe di hipster e palazzinari. Per questo motivo, la Gioconda e il paesaggio alle sue spalle diventano il luogo perfetto per l’installazione di telecamere, droni e palazzi costosi a rappresentare l’aumento del costo della vita.

Da ricordare che la Gioconda fu figlia di un ricco mercante fiorentino e così raffigurata diventa icona della tirannia di classe: non a caso sulla sua spalla Amazon è stato sovvertito in “AMMAZZO la classe operaia”.

Per quanto riguarda il titolo, “Morte alla bellezza”, esso ha un doppio messaggio: denuncia che la  gentrificazione sta distruggendo la “bellezza” delle comunità proletarie ed è anche un urlo d’opposizione contro il modello di bellezza che gli “hypster” stanno cercando di promuovere con la gentrificazione stessa.

Per quanto riguarda ENI, o “Esportiamo Neocolonialismo Italico in Libia”, il poster svela la connessione tra la multinazionale e il colonialismo italiano.

Un’assetato cane a sei zampe

La colonizzazione italiana è iniziata alla fine del XIX secolo in Libia sotto il governo Giolitti. Con l’ascesa del fascismo si allargarono gli interessi dei coloni sul territorio, vennero costruiti i primi campi di concentramento, furono usate armi chimiche e massacrati civili innocenti. Dopo la fine della guerra, le terre conquistate dai fascisti furono ereditate, attraverso accordi istituzionali, dall’Eni (Agip all’epoca) e da altre multinazionali.

La “I” del logo diviene così un fascio littorio e tra le zampe del cane i colonialisti impugnano i fucili pronti all’assalto, mentre i pozzi petroliferi sostituiscono la coda del mostro. Nel cielo compaiono una luna e una stella, proprie della bandiera libica, bruciate dalla lingua di fuoco che è simbolo sia della guerra che dello sciacallaggio dell’oro nero.

Per saperne di più:

Veniamo ora ad una domanda che già in molti ti avranno posto e riguarda il tuo nome. Quale storia nasconde e soprattutto quando e perché nascono il personaggio e la maschera, insomma l’artista Illustre Feccia?

Purtroppo al giorno d’oggi c’è la necessità d’indossare una maschera.

Quando nascondere significa rivelare

Oscar Wilde diceva: “Datemi una maschera e vi dirò la verità!” e poi, nella sua prefazione a Ritratto di Dorian Gray, Wilde aggiunge: “Rivelare l’arte e nascondere l’artista è il fine dell’arte. L’arte che celebra l’artista non è arte. […]”. Nell’antico rituale mistico pagano colui che indossa la maschera perde la propria identità per assumere quella dell’oggetto rituale da lui rappresentata. La necessità di muoversi nell’anonimato è essenziale se ci diamo all’azione diretta, se attacchiniamo senza chiedere alcun permesso.

Nascita di un ossimoro anarchico

Il nome originariamente era solo Feccia, i miei amici mi chiamavano così e alcuni lo fanno ancora. Nel 2009, dopo un gioco di parole tra “illustrazioni” e “illustre”, è nato l’ossimoro attuale: Illustre Feccia, oppure Lustro Feticista, Sagace Bischero o RoyalShit. Un ossimoro è un concetto filosofico con una forte natura irriverente, anarchica se vogliamo: è allo stesso tempo Nome e Manifesto d’Arte. Un dualismo ispirato sia dal nichilismo Stirneriano, vedi L’unico e la sua proprietà, che dalla filosofia Gnostica.

Le opere di subvertising, con il loro tratto scuro e i richiami al futurismo o alla propaganda sovietica, sono solo una parte della tua produzione. Dove si spinge la tua ricerca? C’è una tecnica o un mezzo espressivo che vuoi sperimentare o che vorresti riprendere?

Adoro le tecniche classiche come la xilografia, la serigrafia e lo stencil, stili legati all’’espressionismo tedesco, all’avanguardia, al mondo punk e underground. Mi piace lavorare anche a china, con il pennino per uno stile “divisionista”, CuboFuturista ma anche con la tavoletta grafica. Amo realizzare anche grandi scritte con il rullo sui muri della città.

Spalmare l’underground

Il subvertising è però fondamentale nell’underground urbano e nella controcultura attuale, come lo è stato il Situazionismo per il movimento 68ino e 77ino. Il futurismo russo-italiano prima, il Dadaismo e l’Espressionismo poi, sono stati la mia principale formazione artistica. Sono tutte correnti che in comune hanno una forte indole incendiaria. Il mio progetto è quello di spingere fuori e diffondere, “spalmare” questo “underground”, da quelle zone franche che sono le cantine occupate, ovunque nelle città.

L’urban art, reinterpretando gli spazi della città, spesso non riesce a liberarsi dalla dicotomia che l’associa al vandalismo. In realtà le tue opere sono frutto di uno studio attento. Ci puoi parlare di ciò che succede dietro le quinte, della creazione e messa in opera?

Qui non sono d’accordo, parli del vandalismo come di una cosa brutta! Non c’è niente di male se viene associata al vandalismo: per me invece è positivo.

Città e urban art, un rapporto complicato

Attacchinare abusivamente è eccelso, graffitare su un muro è grandioso. Bisognerebbe sovvertire il significato delle parole e non accettare la moralità che i mass-media, il connubio stato-capitale, ci propina. Per me è negativo che la street art legalizzata diventi complice del capitale nel suo piano di gentrificazione. Il graffito da gesto di ribellione anarchico è diventato un gesto di opportunismo liberale.

Dietro le quinte di una campagna di Subvertising c’è una preparazione abbastanza complessa, qualche giorno, solo per preparare i poster. A volte tra studi, dibattiti, esplorazioni del territorio, preparazione della colla, ricerca delle chiavi per aprire le vetrinette, ci vogliono dai 5 ai 7 giorni. 

Qual è un’opera di cui vai particolarmente orgoglioso o alla quale sono legati risvolti inaspettati?

Sono molto orgoglioso delle ultime cose che abbiamo fatto: “Morte alla bellezza” e la collaborazione con Newton “Kinder Fetta a Blatte”, e anche Esportiamo Neocolonialismo Italico. Questo penso sia una delle cose più potenti uscite: c’è tantissimo lavoro dietro ed è già una campagna nazionale iniziata a Pisa e Livorno, passando per Roma e che arriva ora a Torino.

Qual è stata la tua prima opera? Ce ne puoi parlare? E a cosa stai lavorando ora?

Le prime opere erano scritte sgrammaticate, bombate, sui muri toscani firmate con l'”A” cerchiata.

Sto lavorando ad una serie di bestemmie illustrate per il Festival delle Arti Censurate a Napoli, il “Ceci n’est pas un blasphème“, dal 10 al 30 settembre 2021. Una mostra collettiva per sostenere i blasfemi perseguitati nel mondo. Il festival è organizzato e ideato dalla mitica ex Pappa pastafariana Emanuela Marmo e ci saranno il gruppo “Dioscotto” e artisti come DoubleWhy_y, Hogre, Ceffon, Paguri, Spelling MistakesCostLives e via via.


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