Arte e NATURA

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Salvare l’ambiente attraverso l’ambiente

Via Sacchi è fatta anche e soprattutto di persone e abbiamo così deciso, all’interno della rubrica Via Sacchi CELATA, di raccontare non solo l’arte che la nostra via custodisce ma anche l’artista che dietro ad essa si cela. Inauguriamo così la sezione interviste e lo facciamo grazie all’artista e scrittore Osvaldo Neirotti.

Torino è diventata oggetto di una forma d’esplorazione dell’ambiente umano molto particolare, la LAND ART, una forma d’arte che interviene direttamente sulla natura creando alterazioni del paesaggio come lo sono la Spiral Jetty di Robert Smithson e il Grande Cretto di Gibellina di Alberto Burri. Nelle vie torinesi la scala è molto più piccola ma comunque d’impatto poiché ad essere reinterpretati dall’arte sono i tronchi degli alberi grazie alla mano di Osvaldo Neirotti. Chi è questo artista della natura, qual è la sua storia?

Credo che un creativo abbia bisogno di esempi, che può studiare e acquisire solo facendo esperienze lavorative, culturali e sentimentali: più se ne acquisiscono e più il proprio messaggio prende forma. Sono inoltre convinto che la decisione di cambiare a volte capita a causa di episodi considerati al momento banali o una disgrazia, ci si accorge poi che essi non avvengono per danno e gli obbiettivi cambiano. Per quanto mi riguarda, la voglia di lasciare un proprio messaggio mi ha incentivato a occuparmi della mia arte, delle mie parole scritte, con una presenza piena nel mondo creativo.

Vivere in una città dormiente e difficile mi ha costretto a ribellare la mente e indirizzare le idee verso l’arte mi permette di raccontare la vita e i problemi di un mondo che condiziona l’esistenza. Quando mi esprimo con l’arte o con le parole, ho vivido il ricordo di mio padre che mi insegna a sognare, a creare e a scrivere: poesie, aforismi e racconti sono sempre stati infatti un piacevole gioco privato e personale. La maturità nata dalla vita in un quartiere difficile, un San Salvario della fine degli anni ‘70 e primi ’90, e la serenità famigliare attuale mi hanno convinto a scrivere e a creare non più solo per me stesso, ma per gli altri.

Ho sempre lavorato nel modo dell’arte, prima quasi esclusivamente su commissione o per passione privata, poi nel 2011/12 ho deciso di fare qualcosa per far comprendere alla gente che la direzione in cui stiamo andando ci fa spesso dimenticare e non vedere ciò che ci circonda e la Land Art è appunto un modo per riportare l’attenzione sull’ambiente e la sua cura. I colori che utilizzo sono semplici antiparassitari fatti con calce, latte, farina, pigmenti naturali, acqua e olio di lino, lo stesso principio dei nostri nonni nelle campagne o di vari stati che usano la calce bianca sui fusti per proteggere i frutteti e gli alberi comuni da parassiti, raggi UV e fessurazioni. Parallelamente alla mia maturazione artistica e ai lavori nel settore marketing e sviluppo di brand, la mia formazione deriva da percorsi quali il liceo artistico e il conseguente Corso di laurea in Architettura che, anche se interrotto, ha fatto nascere in me la passione per il design e la Progettazione del Paesaggio e dell’Ambiente. Ho conseguito la specializzazione post diploma di Grafica Pubblicitaria e Marketing e, nel 2010, la specializzazione in Stile e Design.

In Via Sacchi, accanto alla stazione di Porta Nuova all’angolo con Corso Vittorio, si è insediata la tua più recente opera inaugurata in occasione del Giorno della Memoria 2021 e ideata in collaborazione con la Comunità Ebraica di Torino e la Circoscrizione 1 Centro-Crocetta. Ce ne vuoi parlare? Cosa lascia ideare e creare un’opera di questo tipo?

Nelle mie opere, sia artistiche che letterarie, cerco sempre di far emergere una prospettiva, un messaggio, che se portata all’interesse del pubblico diventi spunto di riflessione. L’opera di Via Sacchi è stata creata con lo stesso principio, ovvero oggi la gente ha mille problemi, siamo o stiamo uscendo da una pandemia che accentua e prosegue una crisi già esistente che sembra non volgere al termine e questa realtà genera malcontento, un malcontento che però non può essere causa o scusa per dimenticare le cose bello o brutte che sono capitate e che capitano nel mondo. L’opera racconta questo, la voglia di non dimenticare le atrocità e gli errori del genere umano, azioni che possono far riflettere soprattutto le nuove generazioni. Le stazioni ferroviarie designavano per le deportazioni un binario apposito da dove partivano i treni merci colmi di Ebrei diretti ai lager tedeschi: a Firenze c’era il 16, a Milano il 21, a Roma lo 0 e a Torino il 17. Gli alberi diventano attraverso l’arte sentinelle e suggeritori del passato e del presente, forse del futuro.

Osvaldo Neirotti, Binario 17, Stazione di Porta Nuova, Torino.

Le tue opere si esprimono attraverso gli alberi che, come accennavi, diventano in questo modo portatori di messaggi importanti e di sensibilizzazione, spesso in luoghi inaspettati e nascosti, di confine. Perché utilizzare una tela di questo tipo e come viene scelta? Il luogo riveste un ruolo nella selezione della superficie e nella genesi dell’opera? C’è ne stato uno in cui ti sei trovato a lavorare che ti è particolarmente caro?

Una delle domande che spesso faccio ai torinesi è “Quanti alberi ci sono in Piazza Castello?” o ancora ai milanesi “Quanti alberi ci sono in Piazza del Duomo?”. Domande semplici, a cui però nemmeno gli ambientalisti più convinti o gli anziani affezionati alle loro rispettive città, hanno mai saputo rispondere. A Torino ci sono 8 Alberi, 4 a lato di Palazzo Madama su via Roma e 4 di fronte alla prefettura, diversamente a Milano ci sono 2 Magnolie di 150 anni circa ai lati dell’abside del Duomo. Questo dimostra come, chi abita in città, considera gli alberi alla stregua di lampioni, cassonetti, fermate d’autobus, cioè semplici arredi urbani privi d’interesse. In realtà essi sono esseri straordinari e se le persone gli dedicassero più attenzione e rispetto, allora forse si potrebbe iniziare a parlare di ambiente.

Gli alberi che ho realizzato li ho concordati con le rispettive circoscrizioni, a volte su mio suggerimento, altre volte su loro richiesta per riqualificare un’area o in occasione di un particolare evento come l’albero di Via Sacchi o ancora quello di Corso Dante, davanti a Casa UGI2, per i bambini e ragazzi malati di cancro. Prima di scegliere l’Albero passo più volte, nelle settimane precedenti, ad osservarlo; osservo anche il quartiere e la gente che lo popola, cerco di capirne la forma e cosa mi ispira, scatto delle foto e ci penso per giorni fino ad averne la visione finale, quindi decido come procedere e realizzo l’opera. Il procedimento artistico non termina con la cura artistica dell’albero, ma prosegue con gli scatti fotografici panoramici: rimango di solito un intero pomeriggio a scattare foto per immortalare reazioni, emozioni, la curiosità del cittadino che vive nel quartiere. Gli scatti diventano testimonianze esposte in gallerie, nelle case di privati o di aziende per proseguire la sensibilizzazione ambientale.

L'opera realizzata di fronte a Casa UGI2, in Corso Dante a Torino.

A differenza di chi produce “in studio”, che può modificare una serie di fattori, ti trovi a lavorare in condizioni atmosferiche e climatiche, di luce e agenti terzi non facilmente manipolabili e la tela stessa su cui ti esprimi immagino possa essere un’incognita. Esiste un albero “perfetto” su cui intervenire?

La difficoltà maggiore è che non si può rifare e qualora dovessi sbagliare il rischio è di dover rivedere tutta la concezione artistica dell’opera, ma fortunatamente ad oggi non mi è ancora capitato. Una delle parti più difficili sono di solito le scritte, che sono realizzate tramite assenza di colore: è la corteccia stessa che determina la tonalità. Per ridurre al minimo il rischio di commettere un errore, nel realizzare le scritte preferisco quindi utilizzare una dima. Tra gli alberi che ho reinterpretato, quelli più consoni sono quelli con una corteccia liscia e il Celtis Australis, meglio conosciuto come Bagolaro o Spaccapietre, scelto per l’opera artistica di Porta Nuova ne è un esempio. Il tempo atmosferico sicuramente influisce sulle tempistiche, ma è anche vero che il tronco è la parte che si bagna meno e che asciuga prima. Tra gli agenti atmosferici il più fastidioso è il freddo che spesso si fa sentire nelle mani, ma tutto sommato non crea troppi problemi vista l’enorme passione e la voglia di fare qualcosa per l’ambiente che mi ispirano.

Osvaldo Neirotti, Barri-TO, Via San Donato all'angolo con Via Pinelli, Torino.

Come è nata la tua prima opera di questo tipo, c’è stata una progettualità dietro o l’ispirazione ti è venuta all’improvviso, portandoti ad idearla e realizzarla di getto? Hai già in mente la tua prossima opera?

La mia prima opera di Land Art è nata nella piazzetta ora conosciuta come piazzetta GoArtFactory in via Borgo Dora, di fronte al Cortile del Maglio. Nome nato nel 2017 quando, in occasione della 1° Giornata Nazionale contro il Bullismo per cui ho ideato il simbolo nazionale della Barchetta di Carta Blu, ho fondato assieme al maestro e amico Giorgio Bolognese il movimento GoArtFactory. Contiamo tra gli aderenti circa 650 artisti distribuiti su tutto il territorio italiano, partner o ospiti di molti eventi come di Torino Comics, Lingotto fiere, Open di Tennis, Degustè, Expocasa, Rotary, Gran Balon, Ambulatorio d’Arte, per citarne alcuni. Uno di questi era proprio la riqualificazione dell’area di fronte al Cortile del Maglio di Porta Palazzo e la piazzetta così rinata grazie alle opere murali è diventata un luogo di visita e scoperta. Al termine dell’intervento due alberi, purtroppo malati e cosparsi di siringhe conficcate nel tronco, sembravano non appartenere più a quel luogo e su di essi ho così deciso di intervenire. Tutto è nato da una frase giocosa di Giorgio Bolognese: mentre osservavamo il risultato raggiunto con la riqualificazione io gli dissi “L’unica cosa che sta male sono i due alberi” e lui mi rispose “Be’ dagli una pitturata!” e a quella frase mi venne l’idea, poi maturata, di salvare l’ambiente attraverso l’ambiente.

Osvaldo Neirotti, Acqua e Fuoco, Via Borgo Dora, Torino.

Il Covid rallenta un po’ tutte le attività, soprattutto quelle legate al mondo della cultura, dell’arte e dello spettacolo ed io sono stato fortunato ad essere riuscito a fare qualche cosa nel 2020, ma non quanto avrei voluto. Ad oggi sono programmate alcune opere tra cui, a Bollate (Milano), un’opera commemorativa a Giorgio Perlasca e, sempre a Milano, gli Alberi dell’Alfabeto; quando la pandemia lo permetterà dovrei realizzare un’opera sul “Domani” a Kinshasa per la Biennale della Repubblica Democratica del Congo, altre in Portogallo, in Grecia e in Francia. Dopo aver realizzato l’Albero del Binario 17 di Porta Nuova sono aumentate le richieste e l’interessamento di media e riviste anche in America Latina e in altri paesi dell’Africa, territori soggetti ad elevato inquinamento e disboscamento per puro profitto o disinteressamento.

Ci tengo infine a precisare che io progetto e realizzo le opere, scelgo l’albero, ma il lavoro e il successo del progetto Natura Urbana è dovuto anche a coloro che collaborano con me quali Filippo Mangione, che segue tutto il mio mondo artistico, e Daniel Dan per l’operatività. Oggi gli artisti non riescono ad affermarsi se da soli.


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Un pensiero su “Arte e NATURA

  1. Laura Rispondi

    Bellissimo! Utilizzare arte e natura per la rigenerazione urbana e la diffusione della cultura

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