La moderna donna Art Nouveau e Via Sacchi

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Perdersi nei dettagli per scoprire mondi passati

In un fiore di stucco o in un enigmatico sorriso di pietra, si può riscoprire la viva eco della rivoluzione culturale fin-de-siècle di fine Ottocento, il suo nuovo sentire e la libertà. Si può scoprire la moderna donna Art Nouveau celata tra le arcate di Via Sacchi.

Passeggiando infatti nei pressi dei civici 40 e 42 e alzando lo sguardo potreste incontrare quello di quattro donne, affascinanti e imperscrutabili. Esse decorano il portico di Casa Debernardi, edificio che porta la firma di uno tra i massimi esponenti del Liberty in Italia, l’architetto e ingegnere Pietro Fenoglio (1865 – 1927).

Una delle imperscrutabili guardiane di Casa Debernardi

In rivolta contro il passato, per un presente diverso

Lo Stile Liberty, conosciuto come Art Nouveau in Francia e Jugendstil in Germania, si poneva in rivolta contro la vuota riproposizione di elementi e forme appartenenti ad un passato ormai morto che ad esempio caratterizzava l’architettura dell’epoca.

Nel corso dell’Ottocento erano infatti sorti, o meglio risorti, accanto al classico neoclassico, il neogotico, lo stile neorinascimentale, il neobarocco e ancora quello che prendeva da tutti un po’, lo stile eclettico.

Gli architetti e gli artisti della fin-de-siècle ricercarono un linguaggio che fosse in accordo con il presente, con un’epoca di pace, ottimismo e fiducia nel progresso.

Pierre Auguste Renoir, Le Moulin de la Galette, 1876
Charles Garnier, Opéra, Parigi, circa 1889: il classicismo grandioso delle Beaux Arts che fu rifiutato all’inizio del XX secolo dall’avanguardia

Forme morbide e sinuose avviluppano l’Europa

La lezione del passato rimaneva fondante, si cercò tuttavia di riproporla con un maggior grado di astrazione e anche la natura, nuova protagonista e fonte d’ispirazione, venne spesso citata in modo grafico e non letterale.

Dalla fine degli anni Ottanta del XIX secolo ai primi del XX secolo, forme libere e sinuose iniziarono così a serpeggiare nelle grandi capitali europee, animando le facciate dei palazzi e trionfando infine nell’Esposizione di Parigi del 1900.

Emblematica è ancora oggi la ligne 1 con i suoi iconici ingressi che, ideata dall’architetto francese Hector Guimard (1867 – 1942), permise a cinquanta milioni di visitatori di raggiungere l’evento.

In questa foto d’epoca uno degli ingressi progettati da Hector Guimard per il Metrò di Parigi. Le loro forme inusuali contribuirono a portare l’Art Nouveau nella cultura popolare

Il nuovo stile trionfa anche in Italia

Fu invece l’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa di Torino del 1902 a sancire la conquista del Bel Paese da parte del nuovo stile.

Pensata per ospitare quanto di meglio l’arte e la tecnica avevano da offrire e promossa dal Circolo degli Artisti, l’esposizione ebbe la firma di un altro grande architetto del Liberty, il friulano Raimondo D’Aronco (1857 – 1932).

Le forme temporanee dei suoi padiglioni facevano propria la lezione francese e austriaca e, grazie a contributi originali come l’uso del colore, la reinterpretavano in una visione puramente italiana.

Veduta della rotonda d’onore dell’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa di Torino del 1902. Si osserva come la figura femminile ne animi variamente l’elaborato esterno. — Le immagini sono tratte dal libro D’Aronco Architetto, Electa, 1982
Particolare della decorazione interna della rotonda d’onore caratterizzata da figure femminili intorno a bracieri dal denso fumo bianco: una scena idilliaca al tramonto in un boschetto di pini marittimi.— Immagine tratta dal libro D’Aronco Architetto, Electa, 1982
Studio per un padiglione. — Immagine tratta dal libro D’Aronco Architetto, Electa, 1982

La donna diviene protagonista

Il progetto di D’Aronco evidenzia come, anche in Italia, la donna divenne protagonista dell’arte, diventa Arte e inizialmente simbolo, personificazione di assoluti quali il Progresso, la Scienza o ancora la Verità.

La donna Art Nouveau, sensuale e dagli occhi languidi, mistica, a volte distante e impenetrabile, o ancora sognante e innocente, abbandona gli abiti imbottiti e, sciolti i lunghi capelli al vento, si veste di veli colorati che ne esaltano la figura. Una figura prima nascosta e imprigionata, ora libera di danzare e di fondersi con la natura, una natura spesso insolita ed estremamente decorativa.

La donna diventa messaggera di una rinnovata visione di se stessa e della vita, è spensierata, e incarna un nuovo ideale femminile. È la personificazione della Belle Époque.

Ettore De Maria Bergler, affreschi della sala da pranzo del Grand Hotel Villa Igea di Palermo, 1900, dettaglio.
Sarah Bernhardt in pantaloni. Elegante e contemporanea.

Sensuale ma non solo. La donna d’inizio Novecento porta con sé l’idea di libertà e l’Arte, da simbolo, inizia a celebrarla come artista, intellettuale, donna libera ed emancipata.

Sarah Bernhardt, non solo una bionda chioma

Sarah Bernhardt (1844 – 1923), “snella e alta figura dalla biondissima chioma”, fu una delle indiscusse protagoniste di quegli anni spensierati.

L’Art Nuoveau, che aveva fatto proprio il mondo della grafica e delle réclamés, contribuì a trasformarla ne La divina Sarah Bernhardt, corpo e voce di donne eroiche e immortali.

Ad Alphonse Mucha (1860 – 1939) va il merito di aver fermato la sua immagine nel tempo: esotica in dorati broccati, folle Medea o tragico Amleto, conturbante e fatale, sempre monumentale con i suoi biondi capelli in mezzo a tripudi di fiori.

Alphonse Mucha, poster teatrali realizzati per Medea (a sinistra) al Théâtre de la Renaissance di Parigi nel 1898, Gismonda (a destra) del 1894 ancora al Théâtre de la Renaissance e al centro una litografia a colori del 1896.

Un genio multiforme

Ma Sarah Bernhardt non fu solo La voix d’or o La divina Sarah, attrice teatrale impareggiabile e di successo.

Fu anche un’appassionata scultrice e partecipò con le sue opere al Salon di Parigi, alla Fiera Mondiale Colombiana di Chicago del 1983 e all’Esposizione Universale di Parigi.

Versata nel ritratto, essa non disdegnava soggetti più complessi dal punto di vista anatomico e della carica emotiva, come l’opera Après la tempête (Dopo la tempesta).

Sarah Bernhardt, Après la tempête (Dopo la tempesta), ca. 1876, marmo bianco, 75 x 61 x 58.5 cm, National Museum of Women in the Arts

Potente e dagli echi michelangioleschi, ritrae la sofferenza di una donna con in grembo il corpo esanime del nipote, ritrovato nella rete di un pescatore.

Un’opera che si concentra tutta nel volto della donna e nella piccola mano che, stringendo saldamente la gonna della nonna, fa sperare in un diverso finale rispetto alla storia di cronaca che la ispirò.

Il genio della Bernhardt era multiforme e la portò ad esplorare anche la pittura, la moda, a dirigere una compagnia teatrale e a supervisionare la realizzazione delle scenografie e dei costumi dei suoi spettacoli.

La danzatrice americana Loïe Fuller nel 1901, in uno dei suoi costumi d’autore. Le danze innovative della Fuller, come la sua “Danse Serpentine”, facevano uso di insoliti effetti di luce e diversi tipi di tessuto per creare scene drammatiche di movimento e colore. — Image by © CORBIS

Loïe Fuller, una modernità cangiante e luminosa

L’Art Nouveau fu anche Loïe Fuller (1862 – 1928), danzatrice internazionale ma anche attrice e cantante, che divenne simbolo di una modernità cangiante e luminosa. Idolo del pubblico, musa degli artisti.

Essa concepì un diverso modo di danzare, un’avanguardia che si divincolava dalla rigidità del balletto classico trasformando il corpo in un libero e potente mezzo d’espressione.

La sua modernità non risedeva solo nell’improvvisazione che caratterizzava le sue esibizioni, nel danzare a piedi nudi o ancora nella concezione del corpo. La sua arte era anche un complessa e celata “avanguardia tecnologica”.

La Fuller possedeva infatti numerosi brevetti, tra cui uno rilasciato nel 1894 dal governo americano per un “Meccanismo per la Produzione di Effetti Scenici”. Questo avrebbe fatto apparire il ballerino sospeso e fluttuante, grazie a delle luci montate al di sotto del palco, filtrate attraverso degli appositi fori. Lo stesso brevetto concepisce anche la possibilità che il pavimento venisse realizzato direttamente in vetro.

M. L. Fuller, brevetto per un costume di scena, 1894 (a sinistra) e brevetto di un meccanismo per la produzione di effetti scenici, 1894 (a destra).

Arte e avanguardia tecnologica

Altri brevetti prevedevano invece l’ingegnoso posizionamento di alcuni grandi specchi nell’oscurità del palco dando così l’illusione che a danzare fossero molteplici ballerini.

Dotando poi di bulbi rossi, blu e gialli le all’epoca modernissime lampadine ad incandescenza era possibile con la sola luce orchestrare rapidi e ricercati cambi di scena.

La Fuller brevettò anche i suoi costumi. Celate dalla diafana seta ideò ad esempio lunghe bacchette di bambù che, grazie ad un notevole sforzo fisico, le permisero di dare forma alla sua arte.

Un momento del film La Danseuse (Io danzerò), ispirato alla vita di Loïe Fuller.

Il viaggio nell’arte continua insieme a Tina Modotti (QUI l’articolo) e la giornata dell’8 marzo.

Bibliografia

M. Amari, I musei delle aziende. La cultura della tecnica tra arte e storia, Milano, Franco Angeli, 2001.

C. Costanzo, Ettore De Maria Bergler e la Sicilia dei Florio, Milano, Silvana Editoriale, 2015.

W. J. R. Curtis, L’architettura moderna dal 1900, Milano, Phaidon, 2006.

M. Lorenzo (a cura di), Femmes 1900. La donna Art Nouveau, Pordenone, ProPordenone, 2019.

G. Massobrio e P. Portoghesi, La donna Liberty, Roma, Laterza, 1983.

M. Pozzetto e E. Quargnal (a cura di), D’Aronco Architetto, Milano, Electa, 1982.

M. Ternavasio, Pietro Fenoglio, vita di un architetto. Viaggio nella Torino liberty del primo ’900, Boves, Araba Fenice, 2014.

Sitografia

L. D’Ambra, Sarah Bernhardt, Enciclopedia Italiana, 1930.

G. Barbera, Ettore De Maria Bergler, Dizionario Biografico degli Italiani, 1990.

G. Miano, Raimondo Tommaso D’Aronco, Dizionario Biografico degli Italiani, 1986.

S. Shechet Epstein, The Dancer: Loïe Fuller’s Inventions, 2017.

Loïe Fuller, Enciclopedia on line.

Hector Guimard, Enciclopedia on line.

Sarah Bernhardt, The National Museum of Women in the Arts.


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